Turk Hunter
December 7th, 2003, 09:32 PM
Il Gazzettino 26.9.1996 Page 19
E l’Urss mando‘ a dire: «I soldati fascisti prigioneri non torneranno in Italia»
Roma
I soldati italiani inviati al fronte russo sarebbero tornati in patria solo dopo un adeguato indottrinamento, mentre quelli dichiaratamente fascisti sarebbero stati o uccisi o imprigionati nei lager. Era questa la risposta ufficiale che i vertici dell’Urss dettero al governo Bonomi alle pressanti richieste della nostra diplomazia sulla sorte dei dispersi dell’Armir, mandati da Mussolini nel 1942 a combattere in Urss e costretti nel gennaio 1943 a una ritirata con quasi 90mila morti.
Le difficili trattative per accelerare il rientro in Italia dei sopravvissuti (tra il 1945 e il 1946 ne ritornarono solo 10.030) appaiono drammaticamente testimoniate da una delle prime relazioni sulla vicenda, rinvenuta nell’archivio storico dei Ministero degli esteri da Ennio di Noifo, vice presidente della Commissione nazionale per la pubblicazione dei documenti diplomatici e docente di Storia delle relazioni internazionali all’universitä di Firenze.
L’11 maggio 1945 l’ambasciatore a Mosca, Quaroni, riferiva al ministro degli esteri De Gasperi sui passi fatti per ottenere le liste dei soldati italiani dispersi, ma che non sarebbero state mai comunicate per ritorsione a un analogo comportamento tenuto in precedenza dal governo fascista coi prigionieri russi.
Sui presunti maltrattamenti subiti dagli italiani, Quaroni aveva ricevuto questa rassicurazione dal governo sovietico: «A questo mi si risponde ehe, quando i
prigionieri ci saranno restituiti, noi avremo occasione di persuaderci, con i fatti, di come essi siano stati ben trattati». Allusivamente l’ambasciatore faceva capire ehe il rientro sarebbe avvenuto solo quando i soldati avessero dato garanzie sufficienti sull’atteggiamento maturato verso le autorita‘ sovietiche: «A parte le poche informazioni sicure che ho potuto avere al riguardo, e’ logico ehe e‘ nell’interesse di questo governo, per ragioni che vostra eccellenza ben comprende, di rimandarli in Italia colla migliore possibile impressione dell’Urss». l
Non c’era nessuna speranza, invece, di veder rimpatnare «i fascisti e i responsabili di atrocita‘ di guerra. Questi in Italia non ci ritorneranno piu: aicuni andranno, se non ci sono gia’ andati al creatore; gli altri, vita natural durante, andranno a tagliar legna al Kamciatka (famigerato campo di prigionia, ndr) o in qualche altra localita‘ simile».
Quaroni riferiva a De Gasperi anche di aver fatto un’indagine personale sulla condotta delle truppe italiane in Urss ascoltando esponenti dell’emigrazione comunista italiana, giornalisti stranieri ehe avevano preso parte alla ritirata del gennaio 1943 e aicuni autorevoli cittadini sovietici, tra i quali lo scrittore Solochov, l’autore de “11 placido Don”.
L’ambasciatore sosteneva che tutti i suoi interlocutori erano stati «concordi» nell’affermare ehe gli italiani non avevano commesso violenze efferate, in particolare sulle donne russe, mentre avevano partecipato a razzie di vario genere, anche se in misura minore rispetto ai tedeschi.
I nuovi documenti emersi alla Farnesina confermano ancora una volta, sostiene Di Nolfo, «una totale chiusura da parte sovietica alle richieste italiane».
Ma dimostrano anche che da parte del governo italiano, tra il 1945 e il 1946, «non ci fu ne’ laforza ne’ il coraggio di fare passi ufficiali tali da porre con radicalita’ la questione del rimpatrio dei nostri soldati. L’unico che si prese a cuore la questione, prima che diventasse un blando argomento elettore, fu l’ambasciatore Quaroni».,
E l’Urss mando‘ a dire: «I soldati fascisti prigioneri non torneranno in Italia»
Roma
I soldati italiani inviati al fronte russo sarebbero tornati in patria solo dopo un adeguato indottrinamento, mentre quelli dichiaratamente fascisti sarebbero stati o uccisi o imprigionati nei lager. Era questa la risposta ufficiale che i vertici dell’Urss dettero al governo Bonomi alle pressanti richieste della nostra diplomazia sulla sorte dei dispersi dell’Armir, mandati da Mussolini nel 1942 a combattere in Urss e costretti nel gennaio 1943 a una ritirata con quasi 90mila morti.
Le difficili trattative per accelerare il rientro in Italia dei sopravvissuti (tra il 1945 e il 1946 ne ritornarono solo 10.030) appaiono drammaticamente testimoniate da una delle prime relazioni sulla vicenda, rinvenuta nell’archivio storico dei Ministero degli esteri da Ennio di Noifo, vice presidente della Commissione nazionale per la pubblicazione dei documenti diplomatici e docente di Storia delle relazioni internazionali all’universitä di Firenze.
L’11 maggio 1945 l’ambasciatore a Mosca, Quaroni, riferiva al ministro degli esteri De Gasperi sui passi fatti per ottenere le liste dei soldati italiani dispersi, ma che non sarebbero state mai comunicate per ritorsione a un analogo comportamento tenuto in precedenza dal governo fascista coi prigionieri russi.
Sui presunti maltrattamenti subiti dagli italiani, Quaroni aveva ricevuto questa rassicurazione dal governo sovietico: «A questo mi si risponde ehe, quando i
prigionieri ci saranno restituiti, noi avremo occasione di persuaderci, con i fatti, di come essi siano stati ben trattati». Allusivamente l’ambasciatore faceva capire ehe il rientro sarebbe avvenuto solo quando i soldati avessero dato garanzie sufficienti sull’atteggiamento maturato verso le autorita‘ sovietiche: «A parte le poche informazioni sicure che ho potuto avere al riguardo, e’ logico ehe e‘ nell’interesse di questo governo, per ragioni che vostra eccellenza ben comprende, di rimandarli in Italia colla migliore possibile impressione dell’Urss». l
Non c’era nessuna speranza, invece, di veder rimpatnare «i fascisti e i responsabili di atrocita‘ di guerra. Questi in Italia non ci ritorneranno piu: aicuni andranno, se non ci sono gia’ andati al creatore; gli altri, vita natural durante, andranno a tagliar legna al Kamciatka (famigerato campo di prigionia, ndr) o in qualche altra localita‘ simile».
Quaroni riferiva a De Gasperi anche di aver fatto un’indagine personale sulla condotta delle truppe italiane in Urss ascoltando esponenti dell’emigrazione comunista italiana, giornalisti stranieri ehe avevano preso parte alla ritirata del gennaio 1943 e aicuni autorevoli cittadini sovietici, tra i quali lo scrittore Solochov, l’autore de “11 placido Don”.
L’ambasciatore sosteneva che tutti i suoi interlocutori erano stati «concordi» nell’affermare ehe gli italiani non avevano commesso violenze efferate, in particolare sulle donne russe, mentre avevano partecipato a razzie di vario genere, anche se in misura minore rispetto ai tedeschi.
I nuovi documenti emersi alla Farnesina confermano ancora una volta, sostiene Di Nolfo, «una totale chiusura da parte sovietica alle richieste italiane».
Ma dimostrano anche che da parte del governo italiano, tra il 1945 e il 1946, «non ci fu ne’ laforza ne’ il coraggio di fare passi ufficiali tali da porre con radicalita’ la questione del rimpatrio dei nostri soldati. L’unico che si prese a cuore la questione, prima che diventasse un blando argomento elettore, fu l’ambasciatore Quaroni».,